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Con questo episodio al capitolo ottavo siamo a metà del Vangelo di Marco, che è composto di 16 capitoli. L’evangelista Marco sembra voler fare il punto della situazione su cosa la sua comunità ha compreso di quel Gesù di cui sta narrando e che fin dalla prima riga subito ha presentato come Cristo e Figlio di Dio (“Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio…”). L’evangelista riprende il ricordo della stessa cosa fatta proprio dal Maestro che un giorno, lungo la strada, in un luogo lontano dai centri religiosi di allora, fa una simile verifica con i suoi amici e discepoli. Prima di tutto chiede cosa pensa la gente di lui, che cosa hanno capito le persone lo seguono e che sono a contatto con i discepoli. Non hanno capito niente! O almeno hanno le idee molto confuse, scambiando Gesù per Giovanni Battista (che predicava in modo duro e apocalittico), oppure per il grande profeta Elia così come uno dei profeti del passato. Da qui si vede come una conoscenza superficiale o sporadica di Gesù non porta alla vera comprensione e alla fine la tenuta del seguito è debole. Infatti le folle che ora osannano Gesù, poi alla fine, nel giro di pochi giorni lo vorranno crocifisso, seguendo il pensiero dei più forti che lo vogliono morto.

Ma a Gesù quello che interessa è vedere cosa i suoi amici, quelli che stanno con lui e che lo seguono ogni giorno e che sono stati disposti a lasciare tutto per stare con lui, cosa essi hanno capito: “ma voi chi dite che io sia?”.

Risponde Pietro a nome di tutti: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia atteso, l’Inviato di Dio per trasformare il mondo. Se il brano si concludesse con la sua risposta, e con Gesù che lo premia per la risposta esatta, saremmo a posto. Ma non è così! Pietro risponde bene con la testa e pare aver capito chi è Gesù, ma quando Gesù riempie di significato la parola “Cristo” le cose precipitano. Gesù quando spiega che tipo di Cristo è, allora viene a galla che Pietro e gli altri non hanno capito nulla di lui, e in fondo sono più o meno come la gente che ha di Gesù una conoscenza superficiale e distorta. Anche Pietro e gli altri hanno di Gesù una caricatura, una visione distorta della sua missione che non assomiglia che vagamente al vero volto.

Pietro rimproverando Gesù e volendo che non faccia discorsi di sofferenza, rifiuto e morte, non ha capito che Gesù non è un Cristo imperante, ma amante. Gesù è il Figlio di Dio mandato non a prendere le vite delle persone per sottometterle, ma a dare la sua vita per tutti. Gesù è l’Inviato da Dio che trasforma il mondo non con la violenza ma con la pace, anche a costo di perdere la faccia e apparire debole e ultimo. Gesù è un Re che ha come trono la croce e come corte i poveri e gli ultimi.

Pietro e i discepoli devono ancora imparare a pensare e quindi a vivere secondo Dio e secondo la mentalità del Vangelo. Per questo Gesù non lo caccia via ma lo rimette al suo posto, cioè al banco di scuola per imparare ancora come discepolo dietro di lui, facendo esperienza diretta di lui. Se la risposta di Gesù sembra troppo dura in realtà è un atto di fiducia verso Pietro e gli altri, perché sa che anche se hanno la testa dura e sono abituati a pensare in modo umano, possono ancora imparare! Possiamo ancora noi tutti imparare!

Cosa sappiamo di Gesù? È la domanda che non dobbiamo mai smettere di fare a noi stessi perché spesso tra aspettative e realtà c’è sempre una forte differenza, e senza saperlo di Gesù, della fede cristiana e della vita cristiana abbiamo più una caricatura che una visione corretta e vera. Siamo cristiani e scegliamo di dire che lo siamo, anche se non abbiamo ricevuto il battesimo per nostra diretta scelta ma questa scelta la facciamo ogni giorno. Siamo un po’ come i discepoli che alla chiamata di Gesù siamo andati dietro. Ma sappiamo cosa ci aspetta? Sappiamo davvero chi è Gesù, abbiamo consapevolezza di cosa dice veramente il suo messaggio e quali scelte di vita ci porta a fare? Chi è Gesù per te, per me?

Non basta la risposta da catechismo, così come non è sufficiente conoscere e pronunciare ad alta voce le risposte da dare durante le preghiere e le liturgie. Non basta perché siamo a rischio come Pietro e gli altri di dire che siamo discepoli ma la nostra vita vera è lontana.

Tornare discepoli e non smettere di voler imparare da Gesù: solo così la nostra fede non sarà una caricatura di cristianesimo ma potremo conoscere il vero volto del nostro Maestro e anche il nostro di eterni discepoli.

Giovanni don