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“Perché chiedete il Battesimo per il vostro bambino o bambina?”. È la prima domanda che faccio sempre quando mi trovo a preparare il Battesimo con quei genitori che me lo chiedono per il figlio o la figlia.

 

È una domanda che può sembrare banale, ma per me non lo è. La preparazione del Battesimo non è questione di un rito ben celebrato, ma di consapevolezza profonda di fede.

 

Devo ammettere che le risposte che ascolto sono molto diverse tra loro e anche diverse da quelle che forse si aspetterebbe il catechismo stesso. Constato che il più delle volte la decisione di far battezzare il proprio figlio poggia su una fede molto semplice, dove la tradizione (si è sempre fatto così… lo fanno tutti… fa parte della nostra cultura) ha un ruolo molto forte mentre la consapevolezza sul significato religioso è molto piccola. Mi rendo subito conto che quell’incontro prima della celebrazione è ampiamente insufficiente per approfondire le questioni cristiane vere e decisive, e spero sempre che quella sia comunque una occasione per “riavviare” in quella famiglia la voglia di approfondire veramente la fede cristiana, la conoscenza del Vangelo e il significato profondo dei sacramenti. Tante volte ammetto che sarei tentato di dire ai genitori che il battesimo non lo possiamo celebrare, perché dalle cose che emergono dal dialogo mi rendo conto che davvero la fede, la conoscenza del Vangelo e la vita comunitaria sono molto piccole e insufficienti. Ovviamente il mio non è un giudizio sulle persone e sulla loro sincerità e bontà di intenti, ma davvero mi rendo conto che il cammino per una educazione alla fede cristiana richiederebbe più conoscenza, pratica e approfondimento da parte dei genitori a cui nella celebrazione affido la crescita del bimbo e della bimba battezzati. Che dovrei fare io come prete? Che cosa dovremmo fare tutti noi come comunità cristiana, vescovi, preti, laici in queste situazioni?

 

Ancora una volta il Vangelo tende una mano e aiuta a vedere le cose non dal punto di vista della ragione umana, ma dal punto di vista della ragione di Cristo. Nell’episodio di questa domenica, l’evangelista Marco ci presenta il discepolo Giovanni (per me è una buona provocazione, portando lo stesso nome…) che insieme ad altri ha visto un tale che sta facendo una cosa che Gesù aveva dato il potere di fare anche a loro, cioè scacciare i demoni. Giovanni (che in altre parti del Vangelo è chiamato con il fratello con il soprannome di Boanerghes, figli del tuono, per il loro carattere irruente…) vorrebbe impedire questa cosa, perché effettivamente non è “del loro gruppo”. Giovanni e i discepoli pensano di avere l’esclusiva di Gesù solo perché lo conoscono bene e stanno sempre con lui. Ma la risposta di Gesù è (come sempre) spiazzante ed educativa insieme. Gesù vede anche in questo misterioso personaggio, che forse nemmeno lui conosce direttamente, un qualcosa di buono. Per Gesù, se questo tale fa anche una piccola cosa buona, anche se non direttamente ed esplicitamente legata a lui, non per questo va impedito e rifiutato. Lo sguardo profondo di Cristo vede anche il più piccolo segno di bene che c’è in ogni persona. Il compito dei discepoli quindi non sarà quello di creare un piccolo club di super-buoni che tiene fuori tutti gli altri, bollati come “cattivi”, ma l’esatto contrario, cioè creare legami con chiunque mostra anche il più piccolo segno di bene, sapendo che proprio in quel piccolo bene c’è il germe dell’incontro e della conoscenza di Cristo.

 

Sono questi i “piccoli nella fede”, cioè coloro che nel mondo, come anche attorno a noi e persino nella nostra comunità cristiana, hanno magari una fede semplice, ancora acerba e non pienamente consapevole, ma che è aperta a crescere e conoscere di più. I “piccoli nella fede” non vanno scandalizzati, cioè impediti di crescere (scandalizzare significa “porre impedimento”, “far inciampare”) ma accolti e coltivati perché quel piccolo seme di fede, quel piccolo e semplice riferimento a Dio che a volte esprimono in maniera imperfetta ma sincera non venga giudicato ma aiutato a crescere, con le parole e con la testimonianza di stima reciproca.

 

Ecco allora che ogni volta che una famiglia mi chiede il battesimo, prima di tutto sento che non lo chiede a me solo, ma a tutta la comunità. Il mio compito non è quello di porre un muro del giudizio e pretendere uno “standard” di fede e conoscenza cristiana elevati, ma invece costringere me stesso ad una accoglienza maggiore e aiutare tutta la comunità cristiana a prendersi cura di questi “piccoli nella fede” per farli crescere.

 

 

Giovanni don

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