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img-urlo-much“L’urlo di Munch” è una delle opere d’arte pittorica più famose al mondo e rappresentative dell’arte moderna a cavallo tra i XIX e il XX secolo. Edward Munch (pittore norvegese, 1863-1944) nel quadro vuole rappresentare l’improvviso stato di angoscia e terrore che lo prende un tardo pomeriggio quando passeggiando con gli amici, si trova a contemplare la città di Oslo lungo la strada. Il quadro, che non descrive il mondo esteriore ma quello interiore dell’artista, ha in primo piano la figura di un uomo che con le mani al volto, quasi a schiacciarlo, apre la bocca per emettere un urlo che è insieme fortissimo ma anche muto, interiore, mentre il paesaggio attorno si scompone in linee concentriche quasi ipnotiche e il cielo al tramonto diventa come un fuoco. Penso che in questo quadro, di cui esistono ben 4 versioni dello stesso autore, e più volte riproposto e citato da altri artisti, è diventato una delle più efficaci rappresentazioni dell’angoscia dell’uomo moderno difronte alla precarietà della vita, al crollo delle certezze e delle tradizioni, al senso di smarrimento e la mancanza di una speranza nelle relazioni umane.

 

Penso che questo “urlo” sia molto attuale anche per noi, che viviamo più di 100 anni dopo l’opera di Munch, nella nostra epoca dove vediamo pian piano venire meno le certezze che davano solidità al nostro animo, alle relazioni famigliari e sociali. La religione con le sue tradizioni sembra venire meno, gli scandali dentro la Chiesa ce la fanno apparire sempre meno autorevole e punto di riferimento. Le istituzioni sociali, politiche e anche caritatevoli, sono sempre meno sicure e degne di fiducia. Anche gli esperimenti sull’uomo, come l’ultimo fatto su due gemelli in Cina, sembra che abbiano rotto l’ultima barriera di certezza e di rispetto per l’uomo.  E anche noi, nel piccolo della nostra vita, ogni giorno sperimentiamo la precarietà dei rapporti che credevamo eterni, il tradimento di fiducia data, la perdita di persone care che erano punto di riferimento.

 

Ma anche il Vangelo di questa prima domenica di Avvento ha nel quadro di Munch un’ottima sintesi. I discepoli di Gesù stanno sperimentando il crollo di tutto il loro mondo di sicurezze: il Tempio di Gerusalemme con il suo culto e tradizioni, centro della fede millenaria di Israele, è destinato a scomparire, ma anche tutto il mondo antico, con le sue divinità, i suoi imperi e potenze sono ad un passo dallo sgretolamento. Gesù con le sue parole sottolinea tutto questo, quando parla di sconvolgimento dei cieli, di angoscia di popoli, di paura che fa morire. Il Signore parlando ai discepoli spaventati intercetta anche le nostre paure, i nostri urli muti interiori che ci portano ad appesantire il cuore.

 

Ma le parole di Gesù non si fermano a questo, anzi sono un invito alla fiducia e alla speranza quando dice chiaramente “…allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”

 

Tutto può crollare, anche le realtà umane e concrete sulle quali puntavamo tutto, ma alla fine prevale Gesù e la sua parola. “Figlio dell’uomo” nel linguaggio evangelico significa uomo perfetto, pienamente realizzato. Gesù venendo al mondo (e ci stiamo preparando proprio a questo evento natalizio) è venuto a dirci che l’uomo non è condannato alla precarietà e quindi all’infelicità. L’urlo di angoscia che abbiamo dentro è ascoltato da Dio, e Dio è venuto nel mondo con l’uomo Gesù per mostrarci che è possibile vivere pienamente in ogni situazione, anche la più sconvolgente.

 

Gesù invita i suoi discepoli a stare diritti, in piedi, non chiusi nelle paure, ma ad affrontare la vita sapendo che l’unica vera incrollabile certezza è quella del Vangelo, è la Resurrezione, è la vita. Siamo persone che possono essere libere e non schiave degli eventi e dei cambiamenti.

 

L’invito alla preghiera non è un modo per “anestetizzare” il dolore e per metterci una “benda sugli occhi” e fare finta che non ci siano i problemi. Al contrario la preghiera ci porta dentro la tempesta della vita ma con la Parola di Dio nel cuore, con la forza dello Spirito di Dio, cioè del suo amore, facendoci vedere che in fondo siamo amati, siamo capaci di amare, che la felicità non ci è rubata, e che se anche tutto passa, le parole e l’amore di Dio non passano.

 

Se l’urlo di Munch è l’icona dell’angoscia dell’uomo moderno, Gesù che nasce a Betlemme è la rappresentazione più efficace della vicinanza di Dio ad ogni uomo, di ogni epoca, anche la nostra così precaria e piena di angoscia.

 

 

Giovanni don

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