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Una volta, durante un viaggio, entrando in una chiesa mi colpì l’avviso di una festa patronale sul quale, alla fine di tutti gli appuntamenti di preghiera, processioni e festa, era segnata anche la solenne messa finale con la presenza di un vescovo. Non ricordo il nome di quel vescovo anche perché attirarono di più la mia attenzione tutti i titoli onorifici che precedevano il cognome: “Sua Ecc. Rev.ssma Mons.” e alla fine il cognome seguito da “illustre vescovo di…” (non ricordo dove).  Mi fece sorridere quella sfilza di titoli puntati che erano scritti sull’avviso sicuramente per dare ancora più rilievo alla messa finale della festa, sottolineando una presenza così alta e onorevole. Con una sbirciata poi dentro la chiesa che stavano allestendo per la messa, ho notato la preparazione del seggio dove si sarebbe seduto il “Sua Ecc. Rev.ssima Mons….”, ed era una specie di trono dorato con una foresta di fiori attorno.

Gesù, il figlio di Maria e Giuseppe di Nazareth, aveva anche lui un titolo non da poco, quello di “Cristo”, anche se preferiva sicuramente farsi chiamare “maestro”. Il titolo di “Cristo” che gli viene riconosciuto dai discepoli (anche se non avevano ben capito il vero significato) non era certo un titolo che gli faceva comodo, anzi gli fu fonte di grossi guai e non sembra ci tenesse molto che si sapesse in giro così facilmente, conscio che veniva frainteso facilmente.

L’evangelista Marco per ben tre volte nel suo Vangelo ci ricorda come Gesù apertamente predice invece il suo fallimento, la sua morte in croce, come conseguenza di un rifiuto proprio da parte delle autorità religiose che lo vedono come un impedimento e come una presenza scomoda. Parla anche di risurrezione, come vero obiettivo finale, ma a far problema ai suoi discepoli è proprio quella strada così poco onorevole e profondamente fallimentare che è il rifiuto e la morte.

La strada di Dio nel mondo è davvero una strada difficile da capire e soprattutto da percorrere. È la strada che passa dal totale dono di sé, che ha come meta finale la vita, la felicità e la realizzazione ma passando attraverso delle tappe che da un punto di vista umano superficiale non sono per nulla appetibili e apparentemente assurde.

La vita non passa dalla morte, la felicità non può passare dal dolore, la ricchezza non si raggiunge con il donare tutto!

Per questo Gesù non viene capito se non in modo superficiale e quindi frainteso. Fintanto che compie miracolose guarigioni e si dimostra un predicatore di successo con le folle che lo acclamano allora tutto va bene, ma quando parla di dono, di morte, di rifiuto e insuccesso, allora diventa distante, anzi da tenere a distanza.

L’evangelista nel racconto usa una frase che sembra un po’assurda eppure è profondamente significativa e certamente non messa a caso. Quando Gesù arriva in casa, al termine del cammino lungo la strada, “sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro…”. Che significa che “li chiama”? Le case dei palestinesi non sono certo dei palazzi in cui perdersi e sicuramente Gesù e i suoi sono già fisicamente vicini. Ma questo “chiamare” di Gesù è riferito non tanto alla distanza fisica dei suoi discepoli e amici, ma a quella interiore. Lungo la strada (sia quella materiale sotto i piedi che quella del cuore) i discepoli hanno preso letteralmente le distanze dal loro Maestro e amico. Sono distanti anche se sono stati vicini, sono lontani con il cuore e con la mente. Quando Gesù parla di dono della vita, di abbassarsi fino anche a soffrire e morire, loro sono per un’altra strada esistenziale che è quella degli onori, delle lodi pubbliche, del sentirsi ed essere considerati grandi. Quando Gesù li interroga rimangono senza parole perché i loro discorsi hanno rotto la comunicazione. Ma Gesù li chiama ancora e vuole che ritornino ad essere vicini a lui con la mente, il cuore e la vita. Gesù vuole insegnare loro che proprio quella grandezza che cercano non è nei titoli, nelle ricchezze materiali, negli onori pubblici, ma proprio nella piccolezza del servire, nello svuotarsi per il prossimo.

Penso che questo riescono a capirlo bene tutti coloro che nella loro vita amano profondamente. Può essere l’amore per il proprio partner, l’amore per un figlio, l’amore per una causa buona e per coloro che hanno bisogno come poveri e ammalati. Chi ama veramente sa che è la via del dono, dell’abbassarsi, del prendersi cura anche rimettendoci che rende grandi e dona pienezza di felicità.

Dio ha fatto proprio così da innamorato dell’uomo: ha svuotato sé stesso, e per amore si è fatto piccolo, povero e fragile nell’uomo Gesù, e in questo sta la sua grandezza.

Il gesto finale del racconto, quando Gesù abbraccia questo piccolo garzone (così dice il termine giusto), diventa profetico e rivelativo: Gesù è grande e mostra Dio proprio nella piccolezza di un essere umano fragile che serve. Questo è Gesù, questo è Dio, questo possiamo essere noi, se non prendiamo un’altra strada e ci perdiamo per le vie delle pretese di grandezza umana che in realtà rischiano di rendere piccolo il cuore.

Come Chiesa forse nei secoli abbiamo smarrito la strada di Gesù nel Vangelo, rincorrendo la mentalità umana che cerca negli onori, nella fama e ricchezza la propria felicità e forza. Forse come cristiani, specialmente oggi che stiamo diventando meno numerosi e forse meno rilevanti in una società sempre più secolarizzata, abbiamo l’occasione per essere come Gesù, che pur essendo il Cristo e il Figlio di Dio, si mostra servo e piccolo, sapendo che questa è la vera strada di Dio.

Giovanni don

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