SinodoSinodo. “Camminare-insieme”, significa. E camminare insieme cosa significa?

 

Io, che di lauree in teologia non ne ho, lo intendo nel più letterale e concreto dei modi: camminare assieme, incontrare, far coincidere un pezzetto della mia strada con quella di qualcun altro. Senza metafore.

 

SINODO SUI GIOVANI- camminare assieme ai giovani.

 

Il dato di fatto è che il sinodo lo fa la Chiesa e che di giovani le chiese sono spesso vuote. Quindi?

 

Quindi vivere davvero questo sinodo significa per me incontrare soprattutto quei ragazzi che tra le quattro mura di una chiesa non entrano, ma che invece affollano strade, bar, scuole, campetti e stadi.

 

Se scegliamo di affiancarci sempre e solo ai “nostri”, trascuriamo la maggioranza: essere sinodo-oggi si tratta di coerenza, scegliendo di dedicare la corretta proporzione di energia e tempo alla corretta parte di ragazzi.

 

Ma significa anche avere coraggio. Coraggio di rischiare qualche porta in faccia pur di vedere noi giovani più da vicino, di mettere in discussione qualche certezza pur di una costruire una Chiesa che trovi spazio nella nostra vita.

 

Percepisco che il rischio principale di questo sinodo è che si riduca ad un sinodo-da-bar, un argomento di tavole rotonde, un riempimento di riunioni e serate.

 

Camminare-insieme si traduce in un gesto semplice, ma non facile: abbassare la maniglia della porta di casa- di Chiesa-per uscire in strada.

 

Davvero senza metafore.

 

Trovare tempo per incontrare ragazzi in carne ed ossa, con un nome ed un cognome, prima di parlare “dei giovani”.

 

Personalmente è stato un anno strano. Dico strano perché ho avuto il privilegio di vivere questo tempo in due modi: da ragazza quale sono e da “adulta” come ascoltatrice-di-giovani, poichè membro dell’équipe diocesana per la preparazione del sinodo. È stato uno sdoppiamento, una doppia visuale.

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Da una parte il desiderio di essere ascoltata, dall’altra la responsabilità di ascoltare.

 

Papa Francesco circa un anno fa esortava ad ascoltare “il grido” dei giovani.

 

Mia mamma quando ero piccola mi spiegava che le persone quando stanno male gridano, ma quando stanno veramente male smettono di gridare.

 

Il grido dei giovani è oggi un grido mancato, strozzato in gola, un grido sordo per sciopero. Una protesta travestita da menefreghismo o un menefreghismo travestito da protesta. Protesta silenziosa per mancanza di spazi in cui poter far sentire la propria voce. Ed essere accolta ed ascoltata: con attenzione, con intenzione, con amore.

 

Forse questo coraggio un po’ manca. Forse non ci interessa davvero cosa hanno da dire a noi Chiesa questi ragazzi, forse ci fa comodo stare comodi al calduccio invece di esporci al vento della strada.

 

Forse c’è un po’ di paura nell’aria.

 

Paura di azzardare un cambio di schema per tornare a fare goal. Paura legittima. Ma personalmente avrei più paura di perdere la partita senza averle tentate tutte, cambio di schema compreso.

 

Adulti, scrivo pensando a voi ora. A te che leggi le considerazioni di questa 21enne, di una giovane tra tanti.

 

Tu hai la responsabilità. Nel dizionario della vita “responsabilità” è una parola pericolosa. Perché mette con le spalle al muro: o la guardi negli occhi o abbassi lo sguardo. Chi la guarda negli occhi, la abbraccia e inizia a camminare, chi abbassa lo sguardo per paura rimane lì, attaccato al muro.

 

Hai la responsabilità, come singolo che sceglie, di ascoltare le grida dei ragazzi del tuo quartiere, del tuo posto di lavoro, della tua parrocchia anche.

 

La responsabilità di essere il testimone credibile, l’esempio appassionato che andiamo cercando. La responsabilità di essere un adulto sincero, non perfetto.

 

Cosa chiedono i giovani che tu conosci? Emozioni forti? Felicità? Un lavoro?

 

Cosa passa per la testa e per i cuori dei ragazzi dei gruppi parrocchiali? Cosa toglie loro il sonno la notte? Le omelie, le catechesi, le testimonianze sono teologie scadute e incomprensibili oppure toccano il cuore dei ragazzi che hai di fronte?

 

Non c’è nulla da inventare, non servono ingegneri per questo sinodo, servono persone che ascoltino la realtà in cui vivono, si confrontino e, con coraggio, diano risposta concreta.

 

A te che leggi, giovane, fatti sentire e continua a dare voce a ciò che hai nel cuore. Non stancarti di cercare quei bellissimi adulti a cui davvero interessa camminare al tuo fianco. Esistono, sono pochi, ma esistono. Non lasciarli soli.

 

A te che leggi, adulto, vieni: qui fuori ti stiamo aspettando.

 

Senza metafore.

 

 

Betta